Gli ultimi 100 metri di Usain Bolt

Ho aspettato una settimana per scrivere questo post. Da sabato scorso, dalla finale dei 100 metri maschili dei campionati del mondo di atletica leggera di Londra. Volevo scrivere qualcosa sugli ultimi 100 metri di Usain Bolt.
Poi ho pensato però che gli ultimi sarebbero stati quelli della staffetta.
Così mi sono trattenuto, con una certa fatica 1) perché avevo già pensato a cosa scrivere, non il classico coccodrillo ma qualche riga per aggiungerne altre alle vagonate che sono già stata scritte e 2) perché quella finale è finita come pochissimi potevano pensare e 3) perché porca vacca mi sono dovuto bloccare e non è una cazzata qualsiasi!

Ho atteso questi ultimi 100 metri, ho rischiato di perderli perché coincidevano con la nanna di Tommaso e Teresa e forse è più facile fare il record del mondo nei 100 metri che addormentarli, a volte. Se sabato scorso ero in evidente stato di agitazione, perché non c'è gara più elettrizzante dei 100 metri di atletica, ancora di più di una gara di sci alpino, oggi lo ero un filo di più perché era l'ultima occasione per vedere Bolt.


19 medaglie d'oro tra Olimpiadi e mondiali, tre record del mondo nei 100, nei 200 e nella staffetta 4x100. Eppure è uno che si fa prendere dal nervosismo della situazione: ve la ricordate la finale dei 100 metri nel 2011 ai mondiali di Daegu quando la partenza falsa gli è costata la squalifica e una sicura medaglia d'oro?
Per questo sabato scorso i miei timori erano giustificati anche se la semifinale l'aveva gestita come al solito e credevo nel finale che si meritava.
Mi aspettavo la partenza  difficile, perché le gambe lunghe allo sparo dello starter ci mettono un po' ma una volta trovato il ritmo ti passano via. Invece quei 100 metri sono stati un continuo inizio perché le gambe non hanno ingranato non hanno trovato il ritmo e non hanno superato portando Bolt davanti a tutti come ha sempre fatto.
Battuto per altro da uno che, secondo la mia modestissima opinione, dovrebbe essere bandito dallo sport a vita.
Forse la tensione dell'ultima gara, ma strano per uno abituato ad avere tutta l'attenzione e la tensione addosso. Ma anche lui è fatto di sangue e ha un cuore e un cervello e può andare in tilt. Anche se nel 2011 era più disperato e incazzato con se stesso di sabato scorso.

Questa sera invece il suo fisico ha fatto crash! Li, in mezzo la pista, nei suoi davvero ultimi 100 metri.

Speravo di vederlo vincere come lo speravo sabato scorso. Sarebbe stato un finale scontato banale prevedibile. Ma serebbe stato il finale che si meritava, il tributo a un atleta che non rivedremo più, per struttura fisica e potenza e, ma sì dai, anche per quella simpatia da gigione prima delle gare, come a voler esorcizzare la tensione e la pressione che il successo porta inesorabilmente.

Ho osservato il dio della velocità crollare a terra. Abbandonato da quel fisico che lo ha portato nell'Olimpo degli atleti e renderlo il più forte di tutti, come ha detto anche Bragagna di tutti gli sport.


Così, gli ultimi 100 metri di Bolt sono stati quelli della finale dei 100 metri di sabato scorso. Doveva tornare a casa con 2 ori, torna a casa zoppo con un bronzo amaro.

C'è uno strano rapporto tra gli stati d'animo che lo spettatore prova alla partenza dei 100 metri e alla fine: in 9 secondi e qualche centesimo la tensione si tramuta in incredulità, come quando ha vinto la finale dei 200 alle Olimpiadi Pechino nel 2008 (ricordo che io e Anna abbiamo visto la gara nella tv del bar del Lago di Misurina, a prenderci uno strudel, una sacher con un te e una cioccolata caldi, il 16 agosto, ma fuori diluviava e c'erano meno di 10° a metà pomeriggio).
Non scorderò mai quello che ho provato queste ultime due volte: un misto di delusione e incredublità e dispiacere per quell'atleta, che da dio della velocità si ritrova battuto, addirittura abbattutto questa sera.

I record sono fatti per essere battuti (frase inventata da me), ma non nel modo nel quale lo ha fatto Usain Bolt: perché lui ha alzato l'asticella, ma soprattutto ha abbassato i tempi, di molto.

E adesso chissà quanto dovremmo aspettare, prima che un nuovo dio della velocità scenda sulla terra.
Pensavo a una cosa: per noi che lo guardiamo dallo schermo della tele, correre i 100 e battere il record del mondo è sembrato facile, almeno come lo ha fatto lui ( i 200 no, si vede che soffre ma quella è una gara micidiale). Ti alleni anni, quando la tua gara dura meno di 10" se sei bravo.
Forse, per Bolt è facile, forse. Ma è tutto quello che viene prima che è dannatamente duro e difficile: l'allenamento la preparazione, fisica ma anche psicologica, perché a un certo punto ti ritrovi a essere Usain Bolt e hai la necessità di gestire questa cosa.
Ha 31 anni e si ritira. Il fisico forse non regge più e oggi si è visto. Però sui 100 sabato è stato battuto da uno che ne ha 35. Una bella età per vincere un mondiale di atletica sui 100 metri piani (e vabbhé che secondo me quello non dovrebbe più mettere piede in una pista di atletica!).
E' dura arrivare lucido e tirato fino alla fine anche della propria carriera. Spero che abbia saputo gestire bene anche gli ultimi giorni.

Magari ci ripensa, si prende un anno sabbatico, lasciamo che si diverta col calcio e che capisca che non ha niente a che vedere e ritorna? Perché chiudere così, da terra, non è il modo migliore.

Comunque sia, caro Bolt, forse la frase i record sono fatti per essere battuti dopo di te non varrà più.
E' stato bello vederti!

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Telenovela telefonica

Su FB avevo già annunciato il passaggio di operatore per la connessione internet di casa.
Mi sono dimenticato una cosa: non ho specificato l'anno!
Purtroppo non ho considerato alcune cose, altre le ho sottovalutate e altre ancora nemmeno ne ero a conoscenza. Inoltre, non viviamo in un paese del terzo mondo ma in Italia.

Come avevo già scritto, la casa non è collegata alla linea telefonica e per la sola connessione ci siamo affidati a quella con tecnologia LTE.
Siccome da alcuni mesi la velocità di connessione è molto bassa e l'operatore si limita a dirci di monitorare la situazione, io e Anna ci siamo stancanti di monitorare e abbiamo deciso di cambiare.
Questa mattina è passato il tecnico, che ha constatato che alcune case vicine hanno un collegamento per una parte sotterraneo e per l'altra parte posticcio/temporaneo diventato definitivo ("tipico dello stile italiano"). Con i lavori sulla strada svolti chissà quanti anni fa non si sa se sia stato previsto un tubo per portare la linea telefonica anche in questa casa.
Quindi: bisogna realizzare un nuovo collegamento. Come non si sa. Riceveremo una telefonata dall'azienda incaricata. Che la prima volta uscirà solo per verificare la situazione e definire il tipo di collegamento. Che nonn si sa quando verrà realizzato e se avrà un certo costo potrebbe essere in parte a carico nostro. Il punto è sapere quando verremo contatti e quando verranno a fare il sopralluogo. Dai, se tutto va bene, per quel tempo chissà quale Madonnasantissima di connessione ci sarà, una 100G da 600MB fissi!

Al momento, ho rifatto il test della velocità di connessione: ironia della sorte, oggi viaggia a circa 11 MB! Il servizio clienti dell'attuale operatore non risponde mai sui social e al telefono rispettano severamente un fastidioso protocollo di frasi fatte. Mi vien da pensare che questa potrebbe essere la reazione alla mia lamentela social.
Domani passa un tecnico che ho chiamato io. Che doveva passare quando la connessione viaggiava a 2MB (e pago per 20!). Rido già!

http://www.speedtest.net/result/6502812964.png

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Simone Padoin

Sto seguendo la selezione del Real Vicenza, un gruppo di giovanissimi (età media di 20 anni) calciatori per lo più stranieri che stanno cercando un ingaggio con qualche squadra italiana.
Ieri siamo andati a Pejo per la prima amichevole, contro il Cagliari. Era la prima volta che la selezione affrontava una squadra di Serie A e nonostante il risultato non è andata così male, considerando i due livelli opposti di età, esperienza e preparazione fisica.

Ero curioso di vedere questa partita, nonostante non ci giochi ormai più e lo segua molto poco, il calcio mi scorre sempre nelle vene. 
Sapevo anche che avrei potuto incontrare un giocatore in particolare che è quello nella foto qui sotto. 
Non nascondo una certa emozione quando l'ho visto seduto sulla panchina fuori dallo spogliatoio. Se ne stava li a parlare con un giornalista sardo quasi non fosse chi sappiamo, quasi come uno dei tanti giocatori dilettanti che ho incontrato.
Se non avessi fatto la foto in quel momento non avrei più avuto altre occasioni. Lui è stato gentilissimo e abbiamo fatto una chiacchierata ricordando i tempi del Vicenza.
Nella facile ironia nata nel post su Facebook, non ho chiarito una cosa per me molto importante: sono conteto di aver fatto questa foto, di avere il suo autografo e di aver scambiato quattro chiacchiere in tranquillità (mi manca la maglia, chissà se riesco a trovarne una di qualche tempo fa...).
Non per l'immagine che qualcuno gli ha ricamato, ma per il giocatore e per la persona che è.
Ho conosciuto Simone Padoin quando è arrivato giovanissimo a Vicenza nel 2003, in quella che veniva chiamata "banda Iachini" perché c'erano diversi ragazzi giovani (lui, Biondini - che spero di vedere sabato - De Martin - chissà dove è finito?! - Bonanni, Tamburini, Vitiello, Luca Rigoni, Lodi - che talento! - Rantier) e nonostante la loro poca esperienza quell'anno il Lane ha finito il campionato a metà classifica.
Ovunque Iachini metteva Padoin, lui giocava con sicurezza e spirito di sacrificio per il bene della squadra, non per se stesso. Esterno in difesa o a centrocampo, a volte anche al centro del campo. Iachini ne provava diverse e lui rispondeva sempre alla grande, giovane ma con una grande personalità.
Un giocatore che molti allenatori vorrebbero, mica per niente Conte dall'Atalanta se lo è portato alla Juventus e sono felice per la sua meritata carriera.

Non è Roberto Baggio, non è uno di quelli che viene definito top player. Ma lo è per me. Per quello che ha saputo dimostrare nella sua carriera. Per questo sono contento di essere con lui qui sotto.
Ai ragazzi che iniziano a giocare a calcio si dovrebbe parlare e far vedere qualcosa di più di calciatori come Simone Padoin, se si vuole insegnare loro qualcosa sul pallone.

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Perché correre. Perché corro

Succede che quando corro penso. Penso tanto. Ai fatti miei, alle cose più assurde, al lavoro (che ci sia e non ci sia), alla famiglia a tutto quello che mi può venire in mente in quell'ora scarsa che vago per la città ad un ritmo un po' più sostenuto di una camminata.
Vorrei avere un registratore per riuscire a tenermi tutto quello che mi salta in mente, perché è così vario, talvolta penso anche bello ma spesso scappa via, come finisce l'effetto della corsa allo stesso modo e allo stesso tempo spariscono alcuni pensieri. Altri riesco a trattenerli. Questa lista mi è venuta in mente correndo l'ultima volta. Mancano alcuni punti, piuttosto divertenti ma, come detto prima, hanno avuto le gambe più lunghe e soprattutto più veloci e non sono riuscito a trattenerli. 
Chissà magari la prossima volta che torno a correre li ritrovo in qualche meandro nascosto del mio cervello.
Uno che si spacciava per amico mi chiedeva spesso perché gioco a calcio (non con gli amici, ma in modo un po' più serio) o perché correvo, chi me lo faceva fare. Forse voleva sottindere altre cose visto che esprimersi in modo diretto non è mai stato il suo forte ma pazienza è passato tanto di quel tempo che non ne vale più la pena. Come sempre ascoltavo e mi stufavo di sentire certe cose e imperterrito facevo quello che mi pareva che fosse correre dietro un pallone e correre e basta.
Forse queste sono alcune delle risposte. Più o meno serie. 
Adesso correre va di moda, c'è perfino qualcuno che si alza prima dell'alba per fare quelle corse sponsorizzate quando anni fa era un culo piuttosto pesante. E io corro sempre meno, di quanto potrei di quanto vorrei, per diversi motivi. 
Se potete, andate a correre. Perché? Che ne so, ognuno ha le sue motivazioni io ho le mie. Male non fa di certo.
 
- La sera per dare respiro al corpo
- La mattina per svegliare il corpo
- Per sfogare l'anima
- Per stare per i cazzi miei (corro sempre solo)
- Per scappare da casa
- Per tornare a casa dalla mia famiglia
- Per migliorare ogni volta (o almeno provarci)
- Endorfinaaaaa (come Homer Simpson pronuncia "shambellaaaaa")
- Per collezionare figure di merda perché tra sudore negli occhi e mancanza di occhiali non riconosco nessuno nemmeno chi mi saluta (e coi quali mi scuso, non sono cagazzi, è colpa di un nervo ottico sottosviluppato e una vista che col passare del tempo va a quel paese)
- Per cercare nuovi posti dove andare a correre
- Per mettermi la maglia attillatissima dell'Uomo Ragno e sembrare di avere un fisico sportivo e non da lanciatore di coriandoli
- Perché ai bambini fa ridere vedere uno con la maglia dell'Uomo Ragno che corre invece di volare aggrappato alla ragnatela
- Per sapere se ginocchia e caviglie stanno bene
- Per dimagrire. O rimanere come sono.
- Per sapere se i pantaloni compressivi hanno davvero certi effetti
- Perché ho le scarpe nuove e voglio provarle porca madosca
- Per mangiare in modo vergognoso tanto prima ho corso/poi vado a correre
- Perché poi la birra dopo la corsa scende che è un piacere e poi è ricca di sali minerali che gli integratori sportivi le fanno un baffo
- Per vedere se incrocio le belle persone che vedo quando passo con tutti altri mezzi
- Per pensare (dovrei portarmi un registratore, alcune di queste cose mi sono venute in mente correndo e sono riuscito a trascriverle, altre purtroppo sono scappate insieme ad altri pensieri)
- Per vedere la mia città o il posto dove sono da un altro punto di vista
- Per dimostrare alla pioggia che non siamo fatti di sale né di zucchero, al sole che anche se talvolta sono 0 gradi mentali non mi sciolgo e all'umidità che non affollerà mai i miei polmoni
- D'estate per scappare dalla zanzare (tanto quelle zoccole mi aspettano a casa sotto le lenzuola)
- Per sapere come sta il mio fisico
- Perché ho smesso di giocare a calcio e da qualche parte devo pur correre
- Perché non c'è nessuno che mi dice cosa fare né come (so per conto mio che potrei fare meglio e in modo diverso)
- Per ascoltare il mio battito cardiaco e il mio respiro e cercare una concordanza con i passi (ma come fanno quelli con le cuffie e un laccio emostatico da 7 pollici al braccio?)
- Perché adesso che ho il GPS so quanto vado a zonzo (e anche dove!) e quanto faccio schifo
- Perché è bellissimo
- Per annusare i profumi delle stagioni
- Perché non posso farne a meno. Sarà quella storia della tarantola
- Per sentire le persone che fanno l'amore (è successo, giuro)
- Per vedere i caprioli (se correte in montagna può succedere)
- Perché poi mi sento meglio

Io corro qui. Anche qui.

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Pallacanestro: bellissimo sport democratico

Ieri la Reyer Venezia ha vinto il campionato italiano di pallacanestro, battendo in gara 6 Trento a domicilio. La partita è sempre stata in bilico, com'è stata tutta la serie ed è finita 78-81 con i liberi di Haynes a segnare il risultato finale, dopo la rimonta veneziana da -11 nella prima metà della gara.
Mi sarebbe piaciuto andare a vedere una partita nella sauna del PalaTaliercio ma i biglietti sono andati via come ombre nei bacari così mi sono dovuto affidare ai romantici racconti via radio.
Non voglio parlare della bellezza dell'impresa di Venezia quanto piuttosto sulla bellezza di questo sport. Perché in qualsiasi modo fosse finita la serie finale, se a vincere fosse stata Trento sarebbe stata lo stesso una bellissima impresa.
Pensare che Venezia è rinata undici anni fa e da sei gioca in A1, mentre Trento è una realtà sportiva nata nel 1995 e gioca in A1 da appena tre anni e in semifinale si è sbarazzata dell'Olimpia Milano con un secco 3-0.

Ci sono due aspetti che mi piacciono di questo sport e lo rendono equo: permette a tutti di vincere, non solo di partecipare, senza escludere nessuno a priori anzi, esclude chi non ha i requisiti per l'iscrizione ai campionati professionistici (Treviso) o chi non rispetta le regole lasciandole fallire (Pesaro e Siena) se non addirittura finendo anche per radiare le società anche se sono le più importanti del campionato (a Bologna ne sanno qualcosa). Ecco perché è uno sport democratico.
Infine, ha un grande pubblico, che si giochi in A1 o in Promozione (la Fossa del PalaDozza dovrebbe essere presa come esempio, senza andare a scomodare i pacati tifosi greci, anche perché mi sto riferendo al campionato italiano).

Fosse stato un altro sport molto più popolare, alcune società di Serie A non dovrebbero esistere nemmeno ma sono salve solo perché hanno un certo nome. E poi anche se militano in Serie A e le cose iniziano ad andare un po' male lo stadio si svuota.
Un'altra differenza con quest'altro sport è che la pallacanestro è sempre stato uno sport di provincia (senza offesa): tolte Milano e Bologna le grandi piazze sono (state) Varese, Cantù, Siena, Treviso, ora invece sono Sassari, Venezia e Reggio Emilia. I sardi hanno vinto il campionato due anni fa, mentre dall'altra parte un presidente di un presunto club più importante non le avrebbe nemmeno volute in campionato.
Per questo dico che la pallacanestro è uno sport democratico, perché non guarda in faccia a nessuno.

Seguo il basket fin da quando ero bambino, in modo molto leggero nel senso che ogni domenica sera controllo i risultati e quindi so come va la stagione ma non sono coinvolto come lo sono per altri sport come il calcio e l'hockey, per esempio, dove ci sono due squadre (Vicenza Calcio - ancora prima della Juventus, sì! - e Asiago) che seguo quasi con ansia e apprensione.
Dovessi scegliere una squadra preferita propenderei per l'Olimpia Milano: negli anni '80 rimasi affascinato dalle scarpette rosse e da gente come Mike D'Antoni, Antoine Carr, Bob McAdoo, Antonello Riva, Riccardo Pittis (che poi ha fatto e sta facendo storia a Treviso) e Davide Pessina
Ma anche questa è stata una scelta dovuto più dalla presenza di singoli giocatori ed è stata una caratteristica continua che mi ha portato a farmi trascinare da squadre con le quali non dovrei avere nulla a che fare, secondo la logica del tifo e per questo ai veri appassionati della palla a spicchi risulto essere un eretico (non gli do torto!).
Infatti allo stesso tempo riuscivo a farmi trascinare dalle due squadre di Bologna, la Virtus e la Fortitudo! Pazzesco vero!? Inconcepibile!
Nelle V Nere c'erano giocatori come Claudio Coldebella, Roberto Brunamonti, Alessandro Abbio e quel fenomeno di Predrag Danilović (che incontrai di persona durante un camp multisport nel 1992 a Paderno del Grappa, insieme a un certo Francesco Guidolin...), Radoslav Nesterovič, Antoine Rigaudeau, Hugo Sconochini, Alessandro Frosini, Emanuel Ginóbili (che poi è andato a vincere qualcosa in NBA con i San Antonio Spurs), Marko Jarić e Matjaž Smodiš mentre al Pala Dozza oltre all'incredibile tifo della Fossa ad affascinarmi c'era Vincenzo Esposito, Carlton Myers affiancato da Gregor Fučka, Sasha Djordjevic (anche all'Olimpia) Gianluca Basile in campo e Charlie Racalcati in panchina.
Così come a Varese andavano fortissimo i galletti Marco Pozzecco, Andrea Meneghin, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol, Glenn Sekunda e in panchina ancora Recalcati.
Oppure i tempi d'oro di Treviso con giocatori come Vinnie Del Negro, Toni Kukoc, Stefano Rusconi (sì lo ammetto, lui era un po' una palla!), Roberto Chiagic, Dennis Marconato, Željko Rebrača, Henry Williams, Tyus Edney, Dan Gay, Marcelo Nicola, Massimo Bulleri, Petar Naumoski e Jorge Garbajosa.
Ma ricordo anche la Virtus Pesaro con Ario Costa, Walter Magnifico e Andrea Gracis.
Se preso singolarmente, Oscar Schmidt era il giocatore che più mi interessava e il lunedì leggevo i tabellini delle sue partite per vedere se aveva superato i 40 punti.

Nomi e cognomi che hanno fatto la storia di uno sport. Uno sport vissuto a stretto contatto col parquet dove si può entrare nei palazzetti senza bloccare un'intera città.
Dove le piccole squadre sono grandi squadra. Chi dice che è uno sport minore, se il cuore batte sempre forte?

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20 anni dalla Coppa Italia del Vicenza

20 anni da quella sera da sogno. 
20 anni fa un giovedì sera qualsiasi si è trasformato in un giovedì indimenticabile.
La vittoria del Vicenza Calcio in Coppa Italia.
Sembra ieri che una sera di un giovedì qualsiasi, invece di stare a casa a studiare o andare in giro con la morosa (eh, sì, pare impossibile ma è successo anche a me...), schizzavo in scooter come un matto per la città a sfondare il clacson (ho davvero rotto il pulsante del clacson, si è spezzato in due!), diretto al S. Gaetano, la birreria di riferimento del periodo per continuare la festa.
Poco prima, dopo una partita di due ore, il Vicenza aveva vinto la sua prima Coppa Italia. Aveva toccato il cielo con il bordo di quel trofeo.

Adesso invece è dalla parte opposta del cielo: l'anniversario di quella vittoria non poteva cadere in momento peggiore. Ed il verbo descrive alla perfezione la situazione che il Vicenza Calcio sta vivendo e noi tifosi stiamo subendo e che rischia di compromettere 115 anni di storia.

20 anni fa, sembra ieri. Io andavo a scuola, mio papà lavorava, mio nipote più grande nemmeno esisteva ancora, vivevo ancora di e per il calcio, avevo appena avuto una epifania che mi aveva sciolto i precedenti due anni di vita e passavo nottate in camera a ascoltare musica leggendo e imparando a memoria tutti i testi.
Il calcio stava iniziando a evolversi in quello che sarebbe diventato il business che è adesso e mi sorprendo a pensare che proprio il Vicenza Calcio poteva essere la prima squadra italiana a cavalcare questa metamorfosi diventando di proprietà inglese entro la fine dello stesso anno. Ma essere provinciali significa anche non accettare questi cambiamenti e pretendere di rimanere nelle proprie dimensioni. 

Ancora non ne eravamo consapevoli, lo avremmo scoperto due anni dopo, ma eravamo nel pieno dei migliori anni della nostra vita.

Quel giovedì 29 maggio era una bellissima sera, temperatura perfetta per giocare a pallone. Ancora non sapevamo che sarebbe stata lunghissima.

Prima della finale il Lane aveva eliminato il Milan (1-1 all'andata, Baggio aveva pareggiato il gol di Ambrosetti) e al ritorno al Menti per 90' Baggio, Savicevic e Weah ci avevano dato una lezione di tecnica e di fondamentali del calcio assediandoci nella nostra area di rigore. In semifinale a Bologna solo all'ultimo minuto Cornacchini era riuscito a portarci in finale.
L'adrenalina era salita ovviamente per la finale e dopo la gara di andata non avevo molta fiducia anche perché il Vicenza non aveva giocato come sapeva fare e mi aveva preoccupato.
Sappiamo tutti com'è andata.
Sarà stato il pubblico, tutto colorato di bianco-rosso-verde e la musica di O Fortuna dei Carmina Aburana che ha accompagnato i giocatori in campo ad intimorire quelli del Napoli e a caricare quelli del Vicenza. Oppure la diversa fame agonistica e di vittoria messa in campo.
In questi anni ho guardato molte volte quelle immagini (credevate che non l'avessi registrata? Ho ancora la videocassetta a casa!) e in quei tre gol vedo sempre tanta fame, voglia di vincere superiore e una inarrestabile voglia di arrivare prima degli avversari sul pallone.
Lo sguardo di Capitan Giò Lopez che indica un suo compagno a inizio partita dice tutto sulla sua determinazione.
Due gol segnati su respinta del portiere dimostrano la cattiveria e la forza agonistica, l'ultimo gol che arriva nonostante 120 minuti di gioco sulle gambe e sulla mente ed ancora la lucidità di rubare palla all'avversario e la forza di scattare per 40 metri e infilare il portiere.
Godimento puro.

Io ero allo stadio quel giovedì sera di 20 anni fa. E mi sembra ieri. Il mio amico Nicola venuto da Valdagno. 
Il piazzale dei distinti già pieno nonostante il grande anticipo col quale siamo arrivati.
Il dispiacere di non essere riusciti a prendere una maglia celebrativa perché Vicenza è in Italia e quindi anche i vicentini si comportano di conseguenza, prendendone per l'intera famiglia invece che una a testa.
I primi 20' di partita giocati incartati dall'emozione.
Il gol di Jimmy Maini che brucia tutti due volte, di testa prima e di piede dopo.
Il palo di Caccia che mi fa scendere una doccia gelida istantanea e i vari ringraziamenti alla Madonna di Monte Berico che in quel momento ci ha assistito (O Fortuna!).
Il Vicenza messo nettamente meglio in campo. Ma a decidere sono gli episodi. Che succedono solo se hai la bava alla bocca.
Il palo di Caccia fa tremare tutto lo stadio, una doccia ghiacciata istantanea. Forse l'invocazione della fortuna con il brano dei Carmina Aburana a qualcosa è servita!
Il gol di Maurizio Rossi, che parte dalla parte opposta dell'area di rigore per avventarsi come un falco per ribattere in porta il missile terra-terra di Beghetto dopo la respinta di Taglialatela. Rossi. Un cognome non facilissimo se sei un giocatore del Vicenza.
La festa sugli spalti. Guardando la partita in tv il giorno dopo il vecchio Romeo Menti tremava tutto. 
Il gol di Alessandro Iannuzzi, giovane di belle speranze purtroppo rimaste tali che corre da solo verso la vittoria. 
Tripudio. Euforia. Pazzia.
Capitan Lopez che alza la Coppa. 
Credo che tutto lo stadio e i tifosi a casa abbiano avuto lo stesso pensiero triste non vedendo Dalle Carbonare di fianco a lui. 
Il giro del campo della Coppa. La Coppa resta a Vicenza. Le braccia di Nicola che mi stringono le costole io che alzo lui nonostante il confronto fisico impari.
L'abbraccio con Nich Toff e gli altri amici che mi colgono di sorpresa sul prato fuori dallo stadio. Quella sera, per una sera, a Vicenza è lecito tutto.
Io e Nicola torniamo a casa perché poi lui deve tornare a Valdagno (non gli ho mai chiesto quanto ci ha messo ad attraversare una provincia impazzita...).
Abbraccio i miei che sono in estasi e senza rendermene conto sono di nuovo sullo scooter diretto verso il S. Gaetano con la sciarpa del Vicenza Calcio legata in testa (non c'era ancora l'obbligo del casco). Il pulsante del clacson spezzato e tenuto premuto col ginocchio per tutto il tragitto.
Le strade piene di gente piena di gioia.
La festa al S. Gaetano bevendo tutto quello che era possibile bere.
Le pessime condizioni di Jimmy, non Maini ma uno dei due titolari della birreria.
Sono tornato a casa alle 4. Alle 7 ero in piedi perché il giorno dopo c'era scuola e la città ha ripreso la sua vita quotidiana, come niente fosse. 
Ma non ha dimenticato, anzi. Il ricordo è più vivo che mai.
Forse ci siamo dimenticati le parole di Mr. Guidolin: "La realtà del Vicenza non è quella della Coppa Italia, dell'Europa" così ora pensiamo che il Vicenza debba per forza giocare a quei livelli, rimanendo inevitabilmente delusi.
Rimane questo bellissimo ricordo di un pezzo di storia del Vicenza Calcio. Ma anche di ognuno di noi!

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Manchester e l'ipocrisia

E' tardi ho mal di testa e non posso fare i lavori di casa per farmelo passare.
Volevo scrivere qualcosa subito dopo quello che è successo a Manchester e spero di aver trattenuto almeno una parte dei miei pensieri. Provo a distillarli di seguito anche se la combinazione stanchezza-mal di testa rende più facile le farneticazioni che le riflessioni. Ma ci provo lo stesso. E l'argomento è molto delicato. Poteva valere anche per tutte le volte precedenti ma questa volta ho deciso di scrivere. Forse perché sono coinvolti dei giovani. O forse no, forse è perché ho letto e sentito commenti che non mi sono piaciuti.

Cose come "Bastardi! Bestie! Se la sono presa con i nostri bambini! Hanno fatto apposta stavolta! - le altre volte invece gli è scappata la miccia? - Se la prendono con gli indifesi!".
Noi non abbiamo mai ammazzato un giovane in Siria, Iran, Iraq? Noi non siamo i buoni. Non lo siamo più di loro e non c'è alcuna giustificazione.
La nostra indignazione è solo ipocrita.
Nessuna pietà né compassione per i bambini uccisi dalle "bombe amiche" esplose dai padroni di casa, né da quelle democratiche americane, russe, francesi partite anche grazie al nostro consenso.
Ma quando esplode un (corpo) extracomunitario scoppia la nostra rabbia e incredulità. Perché deve essere un'altra cosa? Perché piangiamo quando succede a casa nostra e non sprechiamo una lacrima quando succede a casa loro? Perché è così diverso?
Uomini donne e bambini mediorientali sono diversi da uomini donne e bambini europei o americani? Che differenza c'è? Non c'è, sono uguali a noi, sono come noi!

Me lo chiedo perché invece per qualcuno c'è! Altrimenti mi risparmierei la domanda. 
Mi chiedo che differenza c'è tra le vittime di Manchester, Parigi, Londra, Madrid, San Pietroburgo, Istanbul, Bruxelles, Nizza, Stoccolma con quelli quasi quotidiani di Aleppo, Dacca, Giacarta, Bagdad, Peshawar o di qualche città africana.
E perché non spegniamo le luci del Colosseo ogni volta che viene bombardato un ospedale in Siria o in Palestina?
La differenza c'è per i media con due tipi di trattamento opposti, parlando e dedicando tempi molto diversi.
La differenza c'è per noi con le nostre inutili dimostrazioni di solidarietà e dolore quando qualcuno esplode in una città del primo gruppo, spegnendo le luci dei nostri monumenti più belli e comportandoci da automi, sui social con hashtag dettati e bandiere di circostanza e scendendo in strada sfilando silenziosamente con delle fiaccole che non rappresentano altro che quel cerino con il quale rimaniamo in mano quando succedono queste cose. Come se davvero servissero a qualcosa. 

Ormai quando succede un attacco terroristico non riesco ad arrabbiarmi o provare pietà o dolore né tutti quei sentimenti che automaticamente voi provate in questi casi. 
Non ci riesco. Resto asettico e staccato. Una punta di dispiacere per le vittime e i loro famigliari è impossibile da non percepire. Ma non vado più in profondità.
Un aiuto me lo date anche voi, che in poche ore passate dalla costernazione per un attacco terroristico all'ironia per l'espressione del Papa nella foto con Trump, in una reazione automatizzata.
Ditemi che sono insensibile cinico e stronzo. Sarà quel senso di disillusione al quale ormai siamo tutti esposti che in me si accentua.
Ho pensato a Dante martedì sera appena sentito dell'attaccato di Manchester: noi abbiamo ucciso la loro generazione più giovane e loro hanno fatto lo stesso. Nella Divina Commedia si chiama legge del contrappassoInevitabile. Prevedibile. 

Bombardiamo di democrazia i paesi che pensiamo ne abbiano bisogno quando nel nostro stesso paese ne vediamo a malapena l'ombra.
Ed il risultato di quella democrazia è Manchester, oppure Nizza come New York. E' quello che volevamo? Possibile che nessuno nei posti giusti abbia mai preso in considerazione una reazione? E' dall'11 settembre 2001, da quasi 16 anni, che ci tengono ostaggi. L'esportazione di democrazia non sta andando proprio bene. Nemmeno benino.
Un po' come quando per ottimizzare le cose le aziende vanno a produrre in Cina e poi importano da la prodotti che però non sono ottimi.
L'odio non si combatte con altrettanto odio.
La guerra non si combatte con un'altra guerra.

Una sera per radio (non ho la tele e ascolto tanta radio, soprattutto la notte finché lavo i piatti) ho sentito questa domanda: "Come si ferma una guerra?". Gli esperti chiamati a rispondere hanno detto con il pugno duro, la diplomazia, il dialogo, il rispetto, le sanzioni, il Risiko e la briscola.
Nessuno ha pensato di smettere di vendere armi. Potrebbe essere un inizio. 
E iniziare a risolvere i casini in casa propria, prima di risolvere quelli degli altri.

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